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Criopressoterapia per sindromi Miofasciali

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Criopressoterapia sindromi miofasciali. Noleggia a domicilio.

Criopressoterapia

Criopressoterapia: sindromi Miofasciali

Le sindromi miofasciali sono condizioni dolorose caratterizzate da punti trigger e rigidità muscolare. La criopressoterapia si presenta come un trattamento efficace per alleviare i sintomi associati a queste condizioni. Questa tecnica combina il freddo terapeutico e la pressione pneumatica per rilassare i muscoli contratti e ridurre l’infiammazione nei tessuti circostanti.

La criopressoterapia può contribuire a ridurre il dolore muscolare, migliorare la flessibilità e ripristinare la gamma completa di movimento. È particolarmente utile nel trattamento dei trigger point dolorosi e nel migliorare la circolazione sanguigna nei tessuti interessati.

Utilizzando un dispositivo di criopressoterapia a noleggio, è possibile applicare questo trattamento direttamente sulle aree affette dalle sindromi miofasciali, comodamente a casa propria. Con la consegna a domicilio, il dispositivo sarà consegnato entro 24 ore dall’ordine, senza costi aggiuntivi. 

Ogni dispositivo è igienizzato e revisionato con cura prima di ogni consegna, garantendo la massima sicurezza. Inoltre, al momento della consegna, un tecnico specializzato sarà presente per regolare l’apparecchiatura, assicurandosi che venga utilizzata in modo corretto per massimizzare i suoi benefici.

Crioterapia:
cos'è,
a cosa serve
e quali sono
i benefici

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Noleggio facile, sicuro e affidabile | Consegna a domicilio
Noleggio Cryopress

Ti saranno consegnate solo apparecchiature CERTIFICATE e prodotte da marchi noti con diffusione nazionale.

L’apparecchiatura ti sarà consegnata a domicilio, a Roma e nel Lazio, entro
24 ore dalla tua richiesta.
Nel resto del territorio nazionale la consegna avverrà tramite corriere
espresso.

Non ti sarà richiesto alcun deposito cauzionale anticipato!
Paghi solo il costo del noleggio con la modalità pattuita al momento dell’ordine.

Il nostro personale è esperto e qualificato e terrà conto della patologia,
dell’età e delle tue generali condizioni di salute.
Riceverai a domicilio un tecnico che provvederà alla regolazione anatomica e terapeutica del dispositivo e ti illustrerà il suo corretto funzionamento.

Servizio Clienti | RiabilitazioneRoma

ASSISTENZA E SUPPORTO TECNICO NOLEGGIO CRYOPRESS

Durante tutto il periodo di noleggio ti sarà assicurata ASSISTENZA e, in caso di guasto o malfunzionamento, la SOSTITUZIONE GRATUITA dell’apparecchio.

Criopressoterapia per la spalla dolorosa

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Criopressoterapia per il dolore della spalla

Criopressoterapia

Criopressoterapia: spalla dolorosa

La spalla dolorosa rappresenta un problema diffuso che può ostacolare notevolmente le attività quotidiane e compromettere la qualità della vita. Fortunatamente, la criopressoterapia offre una soluzione innovativa e efficace per alleviare il dolore e ripristinare la funzionalità della spalla.

Questa tecnica terapeutica combina l’applicazione del freddo e della pressione pneumatica, agendo sinergicamente per ridurre l’infiammazione e alleviare il dolore associato alla spalla dolorosa. 

Grazie alla sua azione mirata, la criopressoterapia può essere particolarmente efficace nel trattamento di lesioni tendinee, come la tendinite della cuffia dei rotatori, e di condizioni infiammatorie, come la borsite.

Inoltre, va sottolineato che la criopressoterapia non solo mira a fornire un sollievo sintomatico, ma anche a promuovere attivamente il processo di guarigione. Stimolando la circolazione sanguigna nella zona interessata, questo trattamento può favorire il trasporto di nutrienti essenziali e di ossigeno ai tessuti danneggiati, accelerando così il recupero.

L’utilizzo della criopressoterapia per la spalla dolorosa può essere considerato una soluzione versatile e sicura, adatta a una vasta gamma di pazienti. Inoltre, con la disponibilità del noleggio di dispositivi di criopressoterapia, è possibile usufruire di questo trattamento direttamente a casa propria, senza la necessità di recarsi in clinica o in ospedale.

La consegna a domicilio dei dispositivi di criopressoterapia garantisce un’accessibilità immediata al trattamento, consentendo ai pazienti di iniziare il percorso riabilitativo nel minor tempo possibile. Inoltre, ogni dispositivo è sottoposto a rigorosi controlli di igienizzazione e revisione prima della consegna, garantendo la massima sicurezza e affidabilità nell’uso.

Crioterapia:
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FASCITE PLANTARE

Salute Informa

Fascite Plantare - Scopri i benefici della Tecarterapia

Che cos’è?

La fascite plantare è una patologia infiammatoria della guaina che riveste la muscolatura della pianta del piede e si concretizza con un dolore al tallone (tallonite o tallodinia).

Nello specifico, l’infiammazione e la sintomatologia dolorosa interessa il legamento arcuato, ossia la fascia fibrosa che unisce la zona plantare interna del calcagno con la base delle dita.

Fascite plantare: le cause

Il legamento arcuato del piede funziona come una corda che ammortizza il peso del corpo ed i movimenti: quando la tensione è eccessiva il legamento può lacerarsi e infiammarsi, dando luogo alla fascite plantare.

Le principali cause alla base di questo disturbo sono:

  • la pratica di alcune attività sportive (corsa, basket, tennis, calcio), che sollecitano molto il legamento arcuato del piede;
  • particolari conformazioni del piede (come il piede piatto o il piede cavo), che possono portare a camminare in una maniera scorretta;
  • l’utilizzo di calzature inadatte, come quelle con la suola piatta (che non forniscono il giusto supporto al legamento arcuato del piede) oppure con i tacchi alti (che favoriscono la retrazione del tendine d’Achille), in entrambi i casi fonte di eccessivo stress a carico del tallone e del legamento arcuato;

Altri fattori di rischio sono:

  • l’età (questo disturbo è più comune tra i 40 e i 60 anni);
  • sovrappeso o obesità;
  • lo svolgimento di mansioni lavorative che costringono a stare in piedi per molte ore del giorno.

Fascite plantare: i sintomi

Il sintomo principale della fascite plantare è il dolore localizzato al tallone, ma talvolta anche nel centro della pianta del piede, che generalmente risulta:

  • più acuto al mattino, quando ci si alza dal letto;
  • meno intenso, dopo aver effettuato i primi movimenti;
  • particolarmente acuto, dopo essere stati seduti a lungo.

La tensione della fascia plantare è percepibile al tatto come una corda sottocutanea, sporgente e sottesa all’arco plantare, dolente alla sua pressione. Quando la sintomatologia dolorosa è particolarmente intensa, a livello del calcagno, è palpabile una tumefazione corrispondente alla borsite neoformata.

Il dolore da fascite plantare può essere quindi sordo, acuto o bruciante; caratteristiche variabili in base al paziente.

Solitamente, è unilaterale (ossia interessa un piede soltanto); tuttavia, esistono anche casi di fascite plantare bilaterale (ossia a carico di entrambi i piedi).

Fascite plantare: complicanze

Trascurare la fascite plantare può portare il paziente a sviluppare un dolore cronico, tale da rendere difficoltoso lo svolgimento anche delle semplici attività motorie legate alla routine quotidiana (ad es. una passeggiata).

Chi prova a convivere col disturbo senza sottoporsi ad un adeguato trattamento terapeutico attua dei compensi motori, utili a sopportare il dolore, ma allo stesso tempo fonte di rischio per altre problematiche articolari a carico di caviglia, ginocchio, anca e della zona lombare della schiena.

Inoltre, senza cure ed in presenza di una stimolazione eccessiva della fascia plantare, la patologia può sfociare, seppur raramente, nella rottura della fascia stessa, motivo di gonfiore e dolore acuto, tale da rendere necessario l’intervento del chirurgo.

Come prevenire la fascite plantare

Per prevenire l’insorgenza di questa patologia è consigliabile:

  • mantenere il peso corporeo nella norma, per ridurre al minimo lo stress sul legamento arcuato del piede;
  • utilizzare calzature adatte all’attività sportiva;
  • evitare il più possibile l’uso di scarpe con suole piatte o con tacchi troppo alti

Fascite plantare: la diagnosi

La diagnosi della fascite plantare viene effettuata dopo una visita specialistica ortopedica, finalizzata a verificare la presenza e la sede del dolore.

In alcuni casi possono risultare necessarie indagini strumentali, come la radiografia eseguita sotto carico, la risonanza magnetica e l’ecografia, utili ad accertare che il dolore al tallone non sia dovuto a cause diverse dalla fascite plantare.

Fascite plantare: trattamenti e cure

Il primo approccio al trattamento della fascite plantare è di natura conservativa, con esito positivo per il 90% dei pazienti.

TRATTAMENTI CONSERVATIVI CLASSICI

Quando la fascite plantare è in fase acuta (quindi agli inizi della sintomatologia), è fondamentale:

  • stare a riposo, evitando tutte quelle attività che evocano dolore;
  • applicare localmente del ghiaccio e, se la dolenzia è notevole, assumere un farmaco antidolorifico da banco, come per esempio un FANS (ad es. ibuprofene). 

Dopo questa fase, il comune piano terapeutico per il trattamento della fascite plantare prevede cicli di fisioterapia, finalizzati al recupero e alla guarigione, in cui sono proposti:

  • esercizi di stretching per il polpaccio e la fascia plantare;
  • esercizi di propriocezione;
  • in alcuni casi un’attività specifica di rieducazione motoria.

Rientrano tra i trattamenti conservativi i plantari, le tallonette e le cosiddette stecche per la fascite plantare, che corrispondono di fatto a dei tutori notturni.

Tuttavia, va sottolineato che queste soluzioni possono alleviare la sintomatologia, ma non sono assolutamente sufficienti per assicurarne la guarigione.

ALTRI TRATTAMENTI CONSERVATIVI

Qualora i classici rimedi conservativi non fossero sufficienti, il medico curante può valutare altre soluzioni terapeutiche come:

  • l’iniezione di un corticosteroide (somministrazione per via parenterale di un potente farmaco antinfiammatorio, che allevia il dolore). Si tratta di un trattamento efficace, ma con dei limiti, in quanto non agisce sulle cause e potrebbe causare effetti collaterali.
  • la terapia extracorporea a onde d’urto (ESWT), vantaggiosa perché non invasiva, ma i dati sulla sua efficacia sono contradditori.

TERAPIA CHIRURGICA DELLA FASCITE PLANTARE

Per soggetti con fascite plantare cronica, in atto da 12 mesi, che hanno intrapreso scrupolosamente il trattamento di tipo conservativo, ma senza successo, risulta necessario l’intervento chirurgico che prevede due opzioni:

  • la recessione del gastrocnemio, adatta ai pazienti con i muscoli del polpaccio estremamente accorciati, al punto da pregiudicare la mobilità della caviglia e incidere sulla salute della fascia plantare;
  • la distensione chirurgica della fascia plantare, indicata quando il paziente, nonostante una buona mobilità articolare della caviglia, continua a lamentare dolore.

Poiché tali tipi di interventi presentano rischi non trascurabili, vi si fa ricorso solo in casi estremi e solo dopo aver tentato tutte le possibili terapie conservative.

Fascite plantare ed attività sportiva: suggerimenti

Gli appassionati di corsa e sport affini temono la fascite plantare, in quanto il trattamento impone una lunga pausa dagli allenamenti.

Tuttavia, questa patologia non impedisce qualsiasi tipo di attività fisica. Per esempio, uno sport praticabile in attesa della guarigione è il nuoto, in quanto si tratta di un’attività a basso impatto fissico.

Fascite plantare: prognosi

Dalla fascite plantare è possibile guarire; tuttavia, il percorso di recupero è lungo, anche 10-12 mesi.

Fascite plantare e benefici della tecarterapia

Nel trattamento di questa patologia risulta particolarmente utile il ricorso alla TECAR (Terapia Capacitiva Resistiva), che sfrutta il principio della diatermia, cioè quello di “aumentare” la temperatura corporea in particolari zone interne del corpo direttamente interessate dalla patologia, in modo del tutto endogeno.  

I benefici relativi all’utilizzo terapeutico della TECAR sono molteplici:

  • lenisce condizioni croniche di dolore e infiammazione;
  • incrementa l’afflusso sanguigno con relativo miglioramento dell’attività cellulare;
  • riduce la rigidità articolare, dolore e spasmi;
  • riassorbire ematomi ed edemi.

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FRATTURA DELL’OMERO

Salute Informa

Frattura dell'Omero - Scopri i benefici del Kinetec

Anatomia dell’omero:

L’omero è un osso del braccio pari e lungo e si estende tra la scapola e le ossa dell’avambraccio (radio e ulna). Può essere suddiviso in:

  1. estremità prossimale (o epifisi prossimale), che costituisce parte dell’articolazione gleno-omerale e segue la spalla;
  2. estremità distale (o epifisi distale), che forma parte dell’articolazione del gomito e precede l’avambraccio.
  3. il corpo (o diafisi), che costituisce la porzione centrale dell’omero, compresa tra l’estremità prossimale e l’estremità distale.

Funzioni dell’omero

L’omero è fondamentale per lo svolgimento di azioni che rientrano nella routine quotidiana, come afferrare oggetti davanti o sopra di noi. Nello specifico, svolge due funzioni:

  • fornisce le superfici articolari di contatto di due articolazioni fondamentali dell’arto superiore come la spalla e il gomito;
  • ospita l’inserzione di numerosi muscoli da cui dipendono i movimenti della spalla e del gomito.

Frattura dell’omero

Si tratta di un tipo di infortunio che interessa la rottura dell’osso presente in quella parte identificata comunemente con il termine “braccio“.

Le fratture dell’omero sono classificate in base alla localizzazione del punto di rottura e se ne distinguono tre grandi categorie:

  • fratture dell’estremità prossimale dell’omero o frattura dell’omero prossimale;
  • fratture del corpo dell’omero;
  • fratture dell’estremità distale dell’omero o fratture dell’omero distale.

Frattura dell’omero: cause

Le principali cause di frattura dell’omero sono:

  • traumi fisici, molto frequenti in soggetti che praticano alcuni sport di contatto (rugby, football americano, calcio);
  • cadute accidentali, che possono verificarsi durante lo svolgimento di un’attività lavorativa o domestica;
  • micro-stress fisico ripetuto a carico del braccio, solitamente identificato dai medici con il termine di frattura da stress;
  • fratture patologiche, cioè dovute alla presenza di alcune patologie (tumori ossei, cisti ossee, osteomielite, osteoporosi, malattia di Paget, carenza di vitamina B).

Tipi di Frattura dell’omero

La frattura dell’omero può essere:

  • TRASVERSA, se la rima di frattura è disposta ad angolo retto rispetto all’asse longitudinale dell’osso (frattura “orizzontale”);
  • SPIROIDE, se la rima di frattura compie un decorso a spirale lungo l’osso fratturato;
  • A FARFALLA, in presenza di una rima di frattura a metà tra una tipologia trasversa e spiroide.

Frattura dell’omero: grado di severità

Una frattura ossea può essere di diversi tipi:

  • composta o scomposta;
  • stabile o instabile;
  • semplice o pluriframmentaria;
  • chiusa o aperta

In genere, le fratture dell’omero meno gravi sono quelle composte, stabili, semplici e chiuse, mentre le fratture dell’omero più gravi sono quelle scomposte, instabili, pluriframmentarie ed aperte.

Soggetti a rischio di frattura dell’omero

Possono subire una frattura dell’omero soggetti di ogni fascia d’età; tuttavia, i soggetti maggiormente colpiti sono pazienti con più di 55-60 anni.

La frattura dell’omero prossimale (il terzo tipo di frattura più comune dopo quella dell’anca e della porzione distale del radio) ha una particolare incidenza su una fascia di età superiore ai 64 anni, mentre la frattura del corpo dell’omero colpisce principalmente soggetti più giovani, di età compresa tra i 54 e i 55 anni di media.

Frattura dell’omero: sintomi

La sintomatologia dolorosa derivante da una frattura dell’omero è avvertita immediatamente ed è così intensa che il soggetto vittima dell’infortunio fatica a compiere anche il minimo movimento con il braccio interessato.

Nello specifico, i sintomi più comuni sono:

  • dolore e gonfiore al braccio;
  • ematoma sul braccio, di dimensioni variabili a seconda della gravità della frattura, di solito osservabile soltanto a distanza di 24-48 ore dall’infortunio;
  • presenza di suoni anomali, simili a crepitii, durante i movimenti del braccio interessato.

In caso di compromissione dei nervi che passano per il braccio (ad es. nervo radiale, nervo ascellare ecc.), si può verificare, in una parte dell’arto superiore, una perdita della sensibilità cutanea e/o del controllo muscolare.

Nel caso in cui la frattura dovesse causare una lesione ai vasi sanguigni del braccio (ad es. arteria brachiale), si potrebbe verificare un ridotto afflusso di sangue all’avambraccio e soprattutto al polso.

Quando la frattura è scomposta, il braccio presenta una deformità più o meno accentuata e la vittima dell’infortunio ha serie difficoltà a piegare il gomito.

Come dormire in caso di frattura dell’omero

I medici consigliano di riposare con il busto eretto ed il braccio infortunato a penzoloni. Pertanto, potrebbe risultare utile accomodarsi su una poltrona oppure su un letto, disponendo dietro le spalle alcuni cuscini.

È sconsigliato mettere sotto il braccio infortunato dei cuscini, in quanto potrebbero spingere la spalla verso l’alto e compromettere il processo di guarigione.

Frattura dell’omero: diagnosi

In genere, l’iter diagnostico a cui sono sottoposti i pazienti con una sospetta frattura dell’omero prevede:

  • un accurato esame obiettivo, circoscritto al braccio dolente e finalizzato alla valutazione della capacità di movimento e alla ricerca di un eventuale ematoma, gonfiore o deformità.
  • un’attenta anamnesi, ovvero la raccolta e lo studio critico dei sintomi e dei fatti d’interesse medico denunciati dal paziente, utili ad individuare i possibili fattori scatenanti e le condizioni di rischio.
  • una serie di esami di diagnostica per immagini (raggi X, TAC, risonanza magnetica nucleare).

Frattura dell’omero: trattamenti

La maggior parte delle fratture dell’omero sono trattate senza intervento chirurgico, immobilizzando il complesso braccio-spalla oppure utilizzando una fasciatura o un tutore.

L’approccio chirurgico solitamente è necessario quando i frammenti ossei non si trovano nella corretta posizione anatomica (frattura scomposta).

La riduzione aperta e la fissazione interna sono le procedure più utilizzate per trattare le fratture dell’omero.

Durante queste procedure, i frammenti ossei vengono prima riposizionati nel loro normale allineamento e quindi tenuti in posizione con piastre e viti attaccate alla parte esterna dell’osso.

Esistono due tecniche principali:

  • in caso di frattura scomposta, quando l’osso non ha lacerato la pelle, per la fissazione interna dei frammenti vengono adoperati perni, viti e piastre.
  • quando parte dell’osso è stata persa o gravemente lesionata oppure quando l’osso si è eccessivamente compattato durante il trauma, il chirurgo ortopedico può procedere con un innesto osseo, ovvero può prendere un frammento di osso da un’altra parte del corpo oppure utilizzare un osso artificiale da aggiungere nella sede della frattura, per ricostruire un’anatomia normale da fissare con placche e viti.

In caso di grave frattura esposta, può essere eseguita una fissazione esterna, utile a tenere i frammenti n posizione corretta, in attesa di poter effettuare un secondo intervento chirurgico, dopo una terapia antibiotica adeguata.

Frattura dell’omero: prognosi

In caso di frattura dell’omero la prognosi varia in funzione di diversi fattori:

  • la gravità dell’infortunio;
  • l’età del paziente;
  • presenza di patologie a carico delle ossa (es: osteoporosi).

In linea generale, la prognosi è migliore quando la severità della frattura è contenuta, l’età del paziente non è particolarmente avanzata e l’infortunato non presenta patologie ossee che possono rallentare/compromettere il processo di guarigione.

Frattura dell’omero: tempi per la guarigione definitiva

La guarigione definitiva da una frattura dell’omero può richiedere tra i 4 e i 10 mesi.

Frattura dell’Omero: riabilitazione e fisioterapia

La riabilitazione fisioterapica è fondamentale non solo quando la frattura dell’omero ha richiesto un trattamento chirurgico, ma anche quando è stato fatto ricorso alla sola terapia conservativa.

Qualsiasi frattura dell’omero richiede, dopo il periodo di riposo ed immobilizzazione dell’arto superiore, un ciclo di sedute di fisioterapia riabilitativa (riabilitazione fisioterapica), principalmente allo scopo di:

  • ristabilire la mobilità articolare della spalla e del gomito;
  • rinforzare i muscoli dell’arto superiore immobilizzato per lungo tempo.

Benefici Kinetec

In caso di frattura dell’omero, per il recupero post-intervento, è consigliato il CPM-Kinetec, uno strumento utilizzato per la Mobilizzazione Passiva Continua nelle primissime fasi della riabilitazione.

I benefici del Kinetec sono molteplici:

  • evita lesioni e alterazioni dovute alla rigidità;
  • favorisce e velocizza il processo di guarigione;
  • migliora la circolazione del sangue prevenendo trombosi ed embolie;
  • stimola la ristrutturazione di cartilagini e legamenti.

L’impiego del Kinetec, inoltre, è particolarmente indicato per la riabilitazione in quanto riduce notevolmente i tempi di recupero.

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ARTROSI DELL’ANCA

Salute Informa

Coxartrosi - Artrosi dell'Anca - I benefici della Tecarterapia

Coxartrosi: che cos’è

La coxartrosi, anche nota come artrosi dell’anca, è una patologia causata dalla degenerazione della cartilagine che ricopre l’articolazione dell’anca, indispensabile per la sua funzione cuscinetto che consente uno scorrimento delle ossa l’una contro l’altra, senza attriti.  Quando questo tessuto connettivo risulta danneggiato e non ricopre più del tutto le superfici articolari, si verifica un aumento dell’attrito e la ridotta flessibilità dei tessuti può generare l’infiammazione delle altre parti molli, come tendini e legamenti.

Proprio perché questa articolazione viene usata continuamente – ad esempio per camminare, alzarsi, sedersi, guidare l’auto – e permette alla gamba una grande libertà di movimento, è particolarmente delicata e più soggetta di molte altre all’artrosi.

Coxartrosi: sintomi

Il processo degenerativo dell’artrosi all’anca comporta dolore e difficoltà nei movimenti con conseguenze che se non trattate possono diventare invalidanti. Alcuni sintomi indicano che questo processo è in atto:

  • dolore nei movimenti: è spesso il primo segno che la cartilagine si sta usurando. Il dolore è solitamente avvertito nella zona dell’inguine, regione anteriore della coscia e più di rado nella zona dell’osso sacro.
  • dolore dopo fase a riposo: è un altro sintomo molto frequente, che si presenta in particolare dopo essere stati seduti a lungo. La causa principale è l’irrigidimento di un importante muscolo della gamba, l’ileo-psoas, che collega la parte anteriore della colonna vertebrale alla parte anteriore della coscia.
  • dolore localizzato nella regione anteriore della coscia o al ginocchio: si presenta solitamente dopo che l’articolazione è stata sforzata e quando il muscolo della gamba, l’ileo-psoas, è troppo contratto, sollecitando così il nervo femorale, che trasmette movimento e sensibilità alla parte anteriore della coscia.
  • mal di schiena: è uno dei sintomi più comuni dell’artrosi all’anca ed è anch’esso legato all’eccessiva rigidità dell’ileo-psoas, dato che influenza sia la colonna lombare che l’articolazione dell’anca.
  • difficoltà nella deambulazione: nelle fasi avanzate della patologia, camminare diventa sempre più difficoltoso e la libertà di movimento può essere ridotta a pochi minuti.
  • dolore notturno: è un sintomo non molto comune nell’artrosi dell’anca. Solitamente è di natura infiammatoria e può essere avvertito quando l’articolazione è stata sollecitata eccessivamente durante il giorno.

La coxartrosi non va sottovalutata, anche quando nelle fasi iniziali l’intensità dolorosa è tollerabile, in quanto il problema continuerà inevitabilmente a ripresentarsi.

Sintomatologia della coxartrosi: gli stadi

La coxartrosi può essere divisa in tre stadi principali:

  • Il I STADIO è il meno grave: il paziente soffre periodicamente ed il dolore, scatenato da un’attività motoria eccessiva, si localizza solo a livello dell’anca.
  • Il II STADIO è quello intermedio della patologia: i sintomi iniziano a manifestarsi non solo in seguito a movimento o attività fisica, ma anche a riposo ed il dolore non interessa più solo la zona dell’anca ma si estende anche all’area inguinale e alla parte anteriore della coscia.
  • Il III STADIO è quello finale: è caratterizzato da un dolore cronico, intenso e diffuso. In questa fase i movimenti dell’articolazione sono notevolmente ridotti ed il paziente è incapace di compiere anche semplici azioni, come camminare o fare le scale.

Tipi di coxartrosi

La coxartrosi può essere;

  • MONOLATERALE, cioè interessare una soltanto delle due articolazioni dell’anca;
  • BILATERALE, ossia colpire entrambe le articolazioni dell’anca.

L’interessamento di una o entrambe le articolazioni dell’anca dipende, fondamentalmente, dalle condizioni che innescano la degenerazione della cartilagine articolare.  

Cause della coxartrosi

Raramente, la coxartrosi è dovuta ad una singola causa. In genere, è il risultato di un insieme di fattori concomitanti, che favoriscono la degenerazione ed il conseguente assottigliamento della cartilagine articolare di testa del femore e acetabolo, in primis:

  • età avanzata, causa scatenante di tutti i processi di artrosi che possono riguardare le grandi articolazioni del corpo umano;
  • traumi all’anca e fratture a carico delle porzioni ossee costituenti l’anca;
  • infezioni articolari od ossee che interessano l’anca;
  • malattie congenite dell’anca (es: displasia congenita dell’anca);
  • osteonecrosi a carico di una delle componenti ossee dell’anca;
  • altre patologie, come malattie dismetaboliche, morbo di Cushing, morbo di Perthes, malattia di Paget.

Talvolta, la coxartrosi compare in assenza di ragioni plausibili; in tali circostanze, si parla anche di coxartrosi idiopatica, cioè “senza cause riconoscibili“.

Coxartrosi: terapie e trattamenti

Il trattamento della coxartrosi dipende, principalmente, dalla severità del quadro sintomatologico: in presenza di sintomi lievi o moderati, è sufficiente una terapia conservativa; in presenza di sintomi molto gravi, invece, è necessario l’intervento chirurgico.

Il primo approccio ha un obiettivo palliativo dei sintomi e non rappresenta una cura risolutiva della patologia. I trattamenti terapeutici prevedono:

  • riposo, inteso non come assenza totale di movimento, controproducente in caso di un problema come l’artrosi dell’anca, ma come sospensione di tutte quelle attività motorie che favoriscono la comparsa del dolore;
  • fisioterapia, praticata per rinforzare i muscoli dell’articolazione interessata dall’artrosi;
  • uso di farmaci per ridurre il dolore, solitamente antinfiammatori non steroidei (FANS);
  • ricorso alla medicina rigenerativa, basata su una dieta ricca di glucosamina e condroitina solfato;
  • infiltrazioni con acido ialuronico.

La terapia chirurgica, rimedio definitivo alla coxartrosi, consiste principalmente nell’intervento di artroprotesi d’anca, che sostituisce l’articolazione compromessa con un impianto protesico.

Coxartrosi: quando rivolgersi al medico

La coxartrosi è la patologia più frequente relativa all’anca. I primi sintomi tendono a comparire tra i 50 e i 60 anni. Le donne sono più soggette rispetto agli uomini: questo perché la cartilagine articolare nelle donne è meno resistente rispetto a quella degli uomini e, nella menopausa, questa condizione peggiora ulteriormente.

È consigliabile rivolgersi al proprio medico curante in presenza di dolori sospetti a una o entrambe le anche, soprattutto dopo un’attività fisica. Una diagnosi tempestiva di coxartrosi, scoperta in uno stadio iniziale, richiede un trattamento meno invasivo e riduce il rischio di sviluppare complicazioni.

Coxartrosi: fattori di rischio

I principali fattori di rischio associati alla coxartrosi sono:

  • sedentarietà;
  • obesità e sovrappeso;
  • diabete;
  • presenza di altre forme di artrite (ad es. artrite reumatoide e gotta).

Coxartrosi: diagnosi

In genere, l’iter diagnostico che porta all’individuazione della coxartrosi prevede:  

  • un esame obiettivo, ovvero un insieme di manovre diagnostiche, effettuate dal medico, in caso di sospetta coxartrosi.
  • l’anamnesi, la raccolta e lo studio critico dei sintomi e dei fatti d’interesse medico riferiti dal paziente in merito ai possibili fattori che hanno indotto il processo infiammatorio a carico dell’articolazione dell’anca.
  • il ricorso alla diagnostica per immagini (raggi X, risonanza magnetica o ecografia all’anca), per valutare l’entità della degenerazione cartilaginea articolare e l’eventuale interessamento degli altri tessuti connettivi che circondano l’articolazione dell’anca (es: legamenti, membrana sinoviale ecc.).
  • l’artroscopia, un intervento chirurgico minimamente invasivo, utilizzato in presenza di un quadro clinico poco chiaro, per osservare dall’interno l’articolazione dolente.

Convivere con la coxartrosi: qualche consiglio

Imparare a convivere con la coxartrosi sin dalle sue prime manifestazioni permette di acquisire delle buone abitudini quotidiane utili a gestire i sintomi di questa patologia e a rallentarne l’avanzamento.

Ad esempio, iniziare la giornata facendo piccoli esercizi fisici consigliati da uno specialista stimolerà la produzione del liquido sinoviale che, lubrificando l’articolazione, migliorerà la mobilità e arginerà il dolore.

Le persone che soffrono di coxartrosi possono continuare a praticare esercizio fisico leggero, cercando di non caricare troppo il peso sull’anca. Una delle attività più consigliate è la cyclette: pedalando è possibile movimentare l’articolazione e rafforzare le fasce muscolari, senza sottoporre ad un eccessivo stress gli arti inferiori.

Sicuramente, per mantenere attiva la mobilità dell’anca, fa bene camminare, preferibilmente con l’ausilio di bastoni, racchette da trekking o anche un semplice ombrello, utili ad alleggerire il carico articolare.

Anche l’alimentazione gioca un ruolo importante nella convivenza con l’artrosi dell’anca. Per mantenere sane le articolazioni può essere utile integrare nella propria dieta alimenti come la vitamina A, C, K, B12, Omega3 e diminuire le proteine animali.

Adottando uno stile di vita sano ed un’alimentazione equilibrata sarà possibile rallentare l’avanzamento della patologia, in quanto tenere sotto controllo il peso corporeo significa evitare di gravare sulle articolazioni coxofemorali.

Coxartrosi e benefici della tecarterapia

Nel trattamento della coxartrosi risulta particolarmente utile il ricorso alla TECAR (Terapia Capacitiva Resistiva), che sfrutta il principio della diatermia, cioè quello di “aumentare” la temperatura corporea in particolari zone interne del corpo direttamente interessate dalla patologia, in modo del tutto endogeno.  

I benefici relativi all’utilizzo terapeutico della TECAR sono molteplici:

  • lenisce condizioni croniche di dolore e infiammazione;
  • incrementa l’afflusso sanguigno con relativo miglioramento dell’attività cellulare;
  • riduce la rigidità articolare, dolore e spasmi;
  • riassorbire ematomi ed edemi.

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BORSITE DEL GOMITO

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Borsite del Gomito - Scopri i benefici della Tecarterapia

Borsite del gomito: che cos’è

La borsite del gomito (o borsite dell’olecrano), è l’infiammazione di una particolare borsa sinoviale dell’articolazione del gomito, situata in prossimità dell’olecrano dell’ulna.

In condizioni di normalità, la borsa dell’olecrano ha un aspetto appiattito, invece, quando è infiammata ed irritata si gonfia, talvolta anche in maniera evidente, a causa di un accumulo di fluido al suo interno.

Le borse sinoviali (sacche di fluido) presenti in articolazioni come quella del gomito svolgono delle funzioni fondamentali:

  • garantiscono l’ampiezza del movimento;
  • proteggono da traumi o lesioni da durata, pressioni e sfregamenti;
  • proteggono anche legamenti e tendini dall’attrito con le parti cartilaginee ed ossee.

Classificazione della borsite del gomito

Può essere di due tipi:

  • BORSITE ACUTA
  • BORSITE CRONICA

Cause della borsite del gomito

Questa patologia può essere causata da:

  • lesione dopo trauma con borsa chiusa;
  • ferita aperta della borsa o fistula;
  • lesione da durata, causata da una pressione prolungata dei gomiti su superfici dure (è tipico di idraulici, caldaisti, ecc.), su una scrivania, sulla tastiera di un PC (per questo denominata anche “borsite informatica” o “gomito dello studente”);
  • malattie metaboliche (come ad es. la gotta);
  • artrite reumatoide;
  • infezioni scaturite da tagli, ferite e punture d’insetto a livello del gomito.

Borsite del gomito: sintomi e complicanze

L’evidenza clinica tipica della borsite del gomito è il gonfiore, variabile da paziente a paziente, a seconda della gravità dell’infiammazione della borsa sinoviale.

Nello specifico, nella fase infiammatoria acuta possono essere presenti:

  • arrossamenti e sensazione di liquidità alla palpazione;
  • sensazione di “chicchi di riso” all’interno della borsa;
  • consistenza della borsa “elastica e grassoccia”.

Il soggetto colpito può avvertire anche una sensazione di surriscaldamento e di tensione sopra il gomito e dolore alla pressione e nel movimento, dovuto alla maggiore ritenzione di liquidi.

La borsite purulenta sul gomito è di solito molto più dolorosa della borsite cronica, che può essere indolore.

Va comunque evidenziato che questo tipo di patologia non va sottovalutato: se è dovuta ad un’infezione, il mancato trattamento terapeutico può comportare la diffusione di batteri nel sangue, con un conseguente rischio di morte per chi ne è vittima.

Borsite del gomito: diagnosi

Di solito, per confermare l’ipotesi diagnostica di borsite del gomito, è sufficiente l’esame clinico, l’ecografia e la radiografia dell’articolazione interessata.

Nello specifico, la radiografia risulta particolarmente utile per scongiurare il sospetto di un’eventuale presenza di osteofiti, piccoli speroni ossei che si possono formare lungo la corticale ossea ed i margini articolari, a causa di processi erosivi o di carichi di forza costanti e ripetuti nel tempo.

Borsite del gomito: trattamento

A seconda dell’intensità della sintomatologia e delle cause scatenanti sono possibili due tipi di iter:

  • TERAPIA DI TIPO CONSERVATIVO, che prevede una serie di possibili trattamenti:
  • l’aspirazione del liquido in eccesso, presente all’interno della borsa sinoviale infiammata;
  • la somministrazione di antibiotici (solo quando la causa scatenante la condizione è un’infezione di origine batterica).
  • l’utilizzo di un cuscinetto per il gomito (soprattutto per quelle borsiti dovute a pressioni prolungate).
  • la sospensione di attività che potrebbero incrementare la sintomatologia dolorosa;
  • la somministrazione di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS);
  • la somministrazione, tramite iniezione, di corticosteroidi, prescritti soltanto quando i FANS sono inefficaci ed il dolore e il gonfiore persistono, in quanto, pur essendo potenti antinfiammatori, un loro uso prolungato potrebbe comportare diversi effetti collaterali.
  • TERAPIA CHIRURGICA, che consiste nell’intervento di rimozione della borsa sinoviale infiammata.

Nello specifico:

  • se la borsite è di origine infettiva, è previsto un trattamento antibiotico post-operatorio ed almeno un giorno di ricovero;
  • se la borsite non ha un’origine infettiva ed il paziente non necessita d’altro, può far ritorno a casa il giorno stesso dell’operazione.

Purtroppo, dopo la rimozione chirurgica, le borse sinoviali hanno la tendenza a riformarsi (recidive), solitamente dopo alcuni mesi, nella loro sede originaria.

Borsite del gomito: prevenzione

Non tutte le condizioni che possono provocare una borsite del gomito sono prevenibili. Precisato ciò, evitare di appoggiare i gomiti per lunghi periodi su superfici rigide e proteggere i gomiti da eventuali traumi, durante attività sportive o lavorative a rischio, sono le principali misure preventive nei confronti della borsite del gomito.

Borsite del gomito: benefici della tecarterapia

Nel trattamento di questa patologia risulta particolarmente utile il ricorso alla TECAR (Terapia Capacitiva Resistiva), che sfrutta il principio della diatermia, cioè quello di “aumentare” la temperatura corporea in particolari zone interne del corpo direttamente interessate dalla patologia, in modo del tutto endogeno.

I benefici relativi all’utilizzo terapeutico della TECAR sono molteplici:

  • lenisce condizioni croniche di dolore e infiammazione;
  • incrementa l’afflusso sanguigno con relativo miglioramento dell’attività cellulare;
  • riduce la rigidità articolare, dolore e spasmi;
  • riassorbire ematomi ed edemi.

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ALLUCE VALGO – I BENEFICI DELLA TECARTERAPIA

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Alluce valgo - I benefici della Tecarterapia

 

L’alluce valgo è una patologia molto comune, caratterizzata dalla deformazione dell’articolazione metatarso-falangea del primo dito del piede, che forma una prominenza ossea, la cosiddetta “cipolla”.

È particolarmente diffuso nelle donne e si presenta come una deformazione in cui la punta del dito è inclinata verso le altre dita e la base sporge esternamente e prende il nome di valgismo.

Nelle forme avanzate, l’alluce finisce sopra o sotto il secondo dito. La caratteristica “cipolla” sul piede è una tumefazione della testa del primo metatarso, dovuta al contatto continuo con le scarpe durante la deambulazione, la cui presenza può generare dolore e fastidio in misura sempre più rilevante.

Un piede con alluce valgo può essere a sua volta fonte di ulteriori complicazioni, quali borsiti, dolori intensi e difficoltà di deambulazione.

Alluce valgo: cause

Sono diverse le cause alla base dell’insorgenza dell’alluce valgo. La deformazione può essere dovuta a:

  • PIEDE PIATTO, caratterizzato da una volta plantare appiattita, causa di un sovraccarico della parte anteriore del piede, con possibili conseguenti deformazioni;
  • PIEDE CAVO, caratterizzato da arco plantare mediale più elevato della norma, con relative problematiche di sovraccarico su avampiede e calcagno;
  • CALZATURE TROPPO STRETTE, non adeguate alla naturale morfologia del piede;
  • problemi di PESO, di POSTURA o di TONO MUSCOLARE;
  • LESIONI a carico del piede;
  • alcuni tipi di ARTRITE.

L’alluce valgo si sviluppa soprattutto nelle donne, con un rapporto 15:1 rispetto agli uomini. In Italia, ne soffre ben il 40% della popolazione femminile. Anche se si manifesta in particolar modo nelle persone fra i 40 e i 60 anni, può interessare anche pazienti più giovani o di età più avanzata, specialmente se affiancato all’artrosi.

Alluce valgo: sintomi e complicazioni

La sintomatologia può variare da persona a persona: alcuni pazienti lamentano dolore al secondo dito, piuttosto che all’alluce, mentre altri riferiscono di provare un violento dolore, pur senza avere deformità notevoli. Tuttavia, i sintomi che comunemente si manifestano sono:

  • rigonfiamento alla base dell’alluce;
  • gonfiore o arrossamento intorno all’alluce;
  • formazione di calli (spesso si trasformano in ulcere o borsiti, ovvero infiammazioni delle “borse” piene di liquido che hanno il compito di proteggere le articolazioni);
  • ispessimento della pelle alla base dell’alluce (ipercheratosi);
  • dolore persistente o intermittente (metatarsalgia);
  • capacità limitata nei movimenti dell’alluce.

Come prevenire l’alluce valgo: qualche consiglio

In termini di prevenzione, purtroppo, non si può fare molto. Per prevenire l’insorgenza dell’alluce valgo è vivamente consigliato indossare scarpe comode e di evitare calzature con pianta/punta stretta e tacco alto.

Alluce valgo: diagnosi

Per diagnosticare il disturbo dell’alluce valgo, è sufficiente una visita ortopedica, utile a valutare le condizioni di appoggio di avampiede e retropiede. Pertanto, il paziente viene osservato prima da fermo, in posizione eretta e poi mentre cammina.

Eventualmente, per approfondire il quadro clinico, lo specialista potrebbe richiedere l’esecuzione di altri esami (radiografia, ecografia, risonanza magnetica o TC).

Alluce valgo: trattamenti

Ci sono diverse tipologie di trattamenti per l’alluce valgo. La scelta dipende dalla gravità del disturbo e dall’indice di dolore che provoca.

TRATTAMENTI “CONSERVATIVI” (non chirurgici):

  • uso di scarpe ampie e comode, che offrano molto spazio per le dita dei piedi;
  • applicazione di un bendaggio, per mantenere il piede in posizione normale e ridurre lo stress sulla zona;
  • uso di farmaci antidolorifici;
  • iniezioni di cortisone, per ridurre il gonfiore.
  • utilizzo di cuscinetti separa dita e plantari correttivi, per distribuire uniformemente il peso del corpo e la pressione quando si muovono i piedi;
  • applicazione di ghiaccio e di pomate antinfiammatorie.

OPZIONI CHIRURGICHE:

Qualora il trattamento conservativo non fosse efficace, l’alternativa potrebbe essere rappresentata dall’intervento chirurgico, per il quale sono possibili due approcci diversi:

  • APPROCCIO CHIRURGICO CLASSICO: dopo aver effettuato l’apertura chirurgica della cute e dei tessuti sottostanti (procedura “a cielo aperto”), la correzione della deformità viene effettuata mediante l’asportazione di parte di osso e l’inserimento di supporti volti a riportare l’alluce nella corretta posizione.
  • APPROCCIO CHIRURGICO PERCUTANEO: consente di ottenere i medesimi risultati dell’approccio chirurgico classico, ma in modo meno invasivo e con tempi di recupero post-operatori molto più brevi. La procedura, infatti, avvalendosi di appositi strumenti e sotto la guida di immagini radioscopiche, permette di operare direttamente sull’osso attraverso forellini effettuati nella cute.

Alluce Valgo: tempi di recupero

Molte procedure di correzione dell’alluce valgo possono essere eseguite in regime di day hospital; quindi, non è necessario il ricovero ospedaliero.

L’operazione può essere effettuata in anestesia locale o generale. Dopo l’intervento chirurgico, potrebbe essere necessario indossare un gesso o un’apposita scarpa post-operatoria, per mantenere il piede nella posizione corretta fino al consolidamento delle ossa. Ovviamente, il tempo di recupero dipende dal tipo di procedura eseguita (dopo circa cinque settimane viene rimosso definitivamente il bendaggio)

Nella fase post-operatoria, sono previsti controlli settimanali per rinnovare la medicazione e, dopo tre mesi, sarà effettuata una radiografia per valutare se il grado di correzione è accettabile.

Alluce valgo e benefici della tecarterapia

Nel trattamento di questa patologia risulta particolarmente utile il ricorso alla TECAR (Terapia Capacitiva Resistiva), che sfrutta il principio della diatermia, cioè quello di “aumentare” la temperatura corporea in particolari zone interne del corpo direttamente interessate dalla patologia, in modo del tutto endogeno.  

I benefici relativi all’utilizzo terapeutico della TECAR sono molteplici:

  • lenisce condizioni croniche di dolore e infiammazione;
  • incrementa l’afflusso sanguigno con relativo miglioramento dell’attività cellulare;
  • riduce la rigidità articolare, dolore e spasmi;
  • riassorbire ematomi ed edemi.

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LUSSAZIONE DELLA SPALLA

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Lussazione della Spalla | Noleggio Kinetec Spalla

La lussazione della spalla

Una lussazione della spalla consiste nella fuoriuscita della testa dell’omero dalla cavità glenoidea della scapola, sua sede naturale.

Se ne distinguono quattro tipologie:

  • completa (quando i capi ossei articolari perdono ogni contatto tra di loro);
  • parziale (detta “sublussazione”, quando i capi ossei articolari presentano tra di loro un contatto parziale);
  • anteriore (quando la testa dell’omero lussata si sposta in avanti rispetto alla cavità glenoidea);
  • posteriore (quando la testa dell’omero si sposta posteriormente rispetto alla scapola).

Quest’ultima rappresenta la tipologia più rara e più grave, mentre le più frequenti sono quelle parziali e anteriori, riscontrate in quasi il 90% dei casi.

Cause della lussazione della spalla

La lussazione della spalla solitamente è dovuta ad un evento traumatico (incidente stradale/sul lavoro, investimento, caduta, aggressione, colluttazione legata alla pratica di sport di contatto).

Più raramente è riconducibile a:

  • una lussazione alla spalla “spontanea”, cioè che avviene senza un trauma in soggetti che soffrono di patologie artro-muscolari a carico della spalla o di instabilità cronica dell’articolazione della spalla, creatasi a seguito di una pregressa lussazione o altro trauma;
  • una lussazione congenita della spalla, che si presenta per lassità e anomalie delle strutture anatomiche che formano l’articolazione della spalla;
  • una patologia degenerativa.

In ogni caso, si tratta di una condizione soggetta frequentemente a recidive, in quanto capsula e legamenti – le strutture dalle quali dipende la stabilità della spalla – tendono a rompersi e/o allungarsi progressivamente in seguito ad episodi di lussazione.

Lussazione alla spalla: sintomi

Il quadro clinico della lussazione alla spalla presenta una serie di sintomi più o meno specifici, quali:

  • dolore acuto, trafittivo e particolarmente violento, che si presenta posteriormente alla spalla e tende ad irradiarsi anteriormente e lungo il braccio sino all’avambraccio omolaterale;
  • edema (gonfiore) con arrossamento della spalla;
  • ematoma e lividi;
  • deformazione della spalla;
  • intorpidimentoe parestesie, ovvero senso di formicolio lungo il braccio e l’avambraccio che può irradiarsi sino alle dita della mano;
  • limitazione dei movimenti della spalla e dell’arto superiore, di solito portato a penzoloni, con perdita della forza e del tono muscolare.

Lussazione alla spalla: possibili complicazioni

In base alla gravità del trauma, a seguito di una lussazione della spalla, possono presentarsi alcune complicanze “meccaniche”, quali:

  • rottura e distacco della cartilagine articolare della cavità glenoidea (la lussazione di spalla con distacco della sola cartilagine glenoidea – detta lesione di Bankart – è riscontrata più frequentemente nei soggetti giovani);
  • lacerazione e distacco della capsula fibrosa articolare;
  • lacerazione dei vasi sanguigni dell’articolazione con conseguente emorragia intra-articolare (emartro);
  • distrazione ed eventuale lacerazione di legamenti, tendini e fibre muscolari;
  • fratture dei capi ossei articolari (scapola, clavicola ed omero).

In caso di frattura della testa omerale, oltre alla sua lussazione, si parla di “lesione di Hill – Sachs”, molto più frequente nella popolazione anziana a causa della maggiore fragilità ossea.

Lussazione della spalla: diagnosi

Tale tipo di diagnosi può essere condotta dallo specialista in ortopedia sulla base dell’osservazione clinica diretta, oltre che su esame obiettivo e palpazione della spalla, mediante la quale è possibile accertare lo scivolamento della testa dell’omero sotto l’ascella (lussazione anteriore) o dietro di essa (lussazione posteriore).

Talvolta, il medico può richiedere l’esecuzione di una radiografia o una risonanza magnetica di controllo per escludere la presenza di fratture o lacerazioni tendinee.

Lussazione della spalla: trattamenti

È vivamente consigliato ridurre la lussazione il prima possibile, per limitare i danni che il dislocamento potrebbe arrecare a strutture vascolari e nervose.

In genere, per la riduzione della lussazione lo specialista effettua, anche in anestesia, una manovra finalizzata a riportare la testa omerale nella sua posizione naturale, ovvero all’interno della cavità glenoidea della scapola di riduzione.

Successivamente, a seconda dell’intensità del dolore (di solito in miglioramento dopo la riduzione), il medico prescrive:

  • farmaci antidolorifici o miorilassanti;
  • immobilizzazione dell’articolazione, per permettere la guarigione di eventuali strutture lesionate.

Nei casi meno gravi di lussazione della spalla si predilige una terapia di tipo conservativo: dopo un periodo di immobilizzazione con un tutore, si procede ad un periodo di riabilitazione, finalizzato ad un recupero articolare completo e ad un successivo rinforzo delle strutture muscolari, indispensabili a garantire la stabilità della spalla.

In presenza di un’instabilità persistente, va preso in considerazione l’approccio chirurgico.  L’intervento può essere eseguito:

– in artroscopia, se il danno è limitato alle “parti molli” (capsula e legamenti);

 – a “cielo aperto”, qualora il danno capsulo-legamentoso fosse associato ad un deficit osseo o omerale o scapolare.

In entrambi i casi, dopo l’intervento chirurgico, va seguito un lungo periodo riabilitativo, che generalmente prevede:

  • nella I FASE: immobilizzazione del braccio per circa 4 settimane, per permettere al tessuto muscolare di ripararsi;
  • nella II FASE: fisioterapia assistita, per recuperare il movimento dell’articolazione (circa 4-8 settimane);
  • nella III FASE: rinforzo della muscolatura attraverso l’esercizio fisico assistito e non (circa 8 settimane).

Lussazione della spalla: tempi di recupero

La prognosi dipende essenzialmente dalla gravità del trauma che ha interessato la spalla e dal tipo di lussazione.

Generalmente, se viene effettuato un trattamento tempestivo e corretto, il recupero della completa funzionalità dell’articolazione avviene, senza complicazioni, nel giro di 1-2 mesi.

In presenza di casi più gravi (lacerazioni delle strutture articolari o fratture ossee) o di trattamenti inadeguati, esiste la possibilità che il paziente possa trovarsi a fronteggiare un’instabilità cronica dell’articolazione e quindi frequenti episodi di recidive nel tempo.

Benefici Kinetec

In caso di lussazione della spalla, per il recupero post-intervento, è consigliato il CPM-Kinetec, uno strumento utilizzato per la Mobilizzazione Passiva Continua nelle primissime fasi della riabilitazione.

I benefici del Kinetec sono molteplici:

  • evita lesioni e alterazioni dovute alla rigidità;
  • favorisce e velocizza il processo di guarigione;
  • migliora la circolazione del sangue prevenendo trombosi ed embolie;
  • stimola la ristrutturazione di cartilagini e legamenti.

L’impiego del Kinetec è particolarmente indicato per la riabilitazione di atleti e sportivi, in quanto riduce notevolmente i tempi di recupero.

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EPITROCLEITE: BENEFICI DELLA MAGNETOTERAPIA

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Epitrocleite: Cause, Sintomi e Rimedi Magnetoterapia

Epitrocleite: sintomi, cause, rimedi e cura

Che cos’è l’epitrocleite?

È una sindrome dolorosa dovuta generalmente ad una degenerazione dei tendini (tendinopatia) e ad un sovraccarico funzionale dei muscoli flessori e/o pronatori del polso, con conseguente dolore nella zona interna del gomito.

L’epitrocleite è nota anche come “gomito del golfista”, perché è molto frequente tra le persone che praticano sport come il golf o l’hockey.

Epitrocleite: le cause

La principale causa di epitrocleite va ricercata nello squilibrio funzionale tra gli stress a carico delle strutture tendinee e muscolari e la capacità di recupero dei tessuti stessi.

In concreto, il meccanismo generato dalla contrazione muscolare, basato sulla combinazione di forze tensive e compressive, è del tutto fisiologico. Tuttavia, possono incidere negativamente sul suo funzionamento alcuni fattori come:

  • eventuali predisposizioni individuali;
  • sessioni di allenamento poco equilibrate;
  • esercizi/movimenti particolarmente stressanti (stress in valgo sul gomito);
  • sovraccarico associato alla vita quotidiana.

Epitrocleite: soggetti a rischio

L’epitrocleite può colpire tutte le fasce d’età, tuttavia interessa più frequentemente l’arto dominante (destro per i destrimani e sinistro per i mancini) di soggetti tra i 35 e i 50 anni, con un’incidenza leggermente più alta nel sesso maschile.

Nello specifico, ne soffrono maggiormente:

  • i golfisti;
  • chi pratica sport di racchetta (es: tennis) e di lancio (es: baseball, softball o lancio del giavellotto);
  • chi pratica sollevamento pesi;
  • chi esercita determinati tipi di attività lavorative manuali (elettricisti, idraulici, macellai, carpentieri…)

Epitrocleite: fattori di rischio

Concorrono alla comparsa dell’epitrocleite alcuni fattori come:

  • esecuzione errata di movimenti ripetuti a carico dei muscoli anteriori dell’avambraccio;
  • uso di attrezzature inadeguate;
  • età superiore ai 40 anni;
  • obesità;
  • fumo di sigaretta.

Epitrocleite: sintomi

I più comuni sono:

  • dolore e/o senso di indolenzimento sul lato interno del gomito;
  • senso di rigidità articolare a carico del gomito;
  • intorpidimento e/o formicolio a livello della mano e delle dita in particolare;
  • deficit di forza nella presa;
  • senso di debolezza a livello di mano e/o polso (disturbo non sempre presente);

Durante la fase acuta il dolore può essere avvertito anche a riposo o durante l’esecuzione di movimenti banali.

Epitrocleite: come compare il dolore e quando peggiora

Il dolore al lato interno del gomito, tipico dell’epitrocleite, può insorgere in maniera improvvisa oppure gradualmente.

La dolenzia solitamente peggiora con l’esecuzione di movimenti che richiedono l’azione di muscoli i cui tendini sono interessati da un processo infiammatorio in atto.

Epitrocleite: quando rivolgersi al medico

In presenza di una sintomatologia persistente e di un mancato recupero dopo una fase di adeguato riposo, è preferibile contattare il proprio medico oppure rivolgersi ad un esperto di malattie dell’apparato muscolo-scheletrico.

Epitrocleite: complicazioni

L’epitrocleite non trattata adeguatamente può evolvere in una tendinopatia più grave, con conseguente lesione o degenerazione della struttura tendinea.

La sintomatologia cronica e gli effetti debilitanti connessi possono incidere fortemente anche sull’umore del paziente, in quanto impossibilitato ad eseguire con l’arto superiore interessato anche i più semplici movimenti.

Epitrocleite: diagnosi

In genere, la diagnosi di epitrocleite si basa su:

  • racconto dei sintomi da parte del paziente;
  • esame obiettivo: constatazione medica dei sintomi lamentati dal paziente attraverso particolari manovre e palpazione;
  • anamnesi: studio critico dei sintomi annotati durante l’esame obiettivo e dei fatti di interesse medico raccolti attraverso specifiche domande, riguardanti non solo la sintomatologia, ma anche lo stato di salute generale, le abitudini, l’attività quotidiana, le malattie ricorrenti in famiglia ecc.

Per la conferma diagnostica della condizione in corso, se necessario, possono essere raccolte informazioni più precise mediante esami di imaging (radiografia, ecografia e/o risonanza magnetica).

Come curare l’epitrocleite:

Solitamente, possono arrecare beneficio nella cura dell’epitrocleite:

  • il riposo dell’arto superiore dolente, per una durata variabile da caso a caso, a seconda della severità dell’infiammazione. Sono controindicati il riposo assoluto (può ridurre la resistenza meccanica del tendine) e la rimozione totale del carico (può indurre cambiamenti tendinopatici degenerativi dovuti alla mancanza di uno stimolo meccanico);
  • l’applicazione di 4-5 impacchi di ghiaccio al giorno sulla zona dolente, per 15-20 minuti ciascuno;
  • l’applicazione di una fasciatura compressiva attorno al gomito, utile a mitigare il dolore e velocizzare la guarigione;
  • l’utilizzo di un tutore per il gomito, indispensabile per preservare l’arto superiore sofferente da quei movimenti che potrebbero stressare ulteriormente i tendini;
  • l’assunzione di un farmaco antinfiammatorio non-steroideo (FANS) oppure di paracetamolo, indicati per placare l’infiammazione e la sintomatologia dolorosa;
  • l’iniezione locale di corticosteroidi, farmaci usati raramente per via dei possibili effetti collaterali correlati e previa prescrizione medica, solo quando i FANS e il paracetamolo risultano inefficaci e la sintomatologia persiste.
  • lo svolgimento di esercizi (essenzialmente stretching e rinforzo dei muscoli dell’arto superiore sofferente), preferibilmente indicati da un fisioterapista, con esperienza in problematiche ai tendini.

Epitrocleite: prognosi

Nell’80% circa dei casi il dolore svanisce spontaneamente, con la sola rimozione/modifica dello stimolo che ha provocato l’insorgere della sintomatologia dolorosa. La restante percentuale può andare incontro a quadri cronici che perdurano per oltre un anno.

I tempi di recupero variano da persona a persona e a seconda della severità dell’infiammazione. Tuttavia, in linea di massima, se il trattamento è tempestivo, la maggior parte dei pazienti con epitrocleite guarisce nel giro di 3-4 settimane.

La ripresa dell’attività svolta prima della comparsa dell’epitrocleite deve necessariamente avvenire in maniera graduale, in quanto il mancato rispetto di tale indicazione potrebbe causare recidive.

Epitrocleite: ricorso alla chirurgia

Solitamente, l’epitrocleite non richiede un intervento chirurgico. Tuttavia, se la sintomatologia persiste per oltre 6 mesi nonostante tutti i tipi di trattamento messi in atto oppure evolve in una tendinopatia più grave, l’intervento chirurgico rappresenta un’opzione percorribile.

Epitrocleite: forme di prevenzione

Per scongiurare il rischio di epitrocleite, basta seguire alcune semplici indicazioni:

  • non eccedere nella pratica delle attività sportive a rischio;
  • farsi seguire da un esperto, per apprendere la corretta tecnica esecutoria di tutti i movimenti previsti dall’attività sportiva che si intende intraprendere;
  • effettuare la fase di riscaldamento muscolare prima di iniziare qualsiasi attività sportiva collegata all’epitrocleite;
  • osservare pause adeguate durante lo svolgimento di attività lavorative o di sessioni di allenamento che sottopongono i muscoli degli arti superiori a sforzi intensi;
  • dotarsi di attrezzature sportive di qualità.

Per prevenire l’aggravarsi dell’epitrocleite è fondamentale astenersi immediatamente da qualsiasi attività che evochi dolore, anche se quest’ultimo è sopportabile o controllabile con un FANS.

L’epitrocleite e i benefici della magnetoterapia

Dopo aver messo in atto tutti i trattamenti utili per ridurre la sintomatologia dolorosa dovuta all’epitrocleite, la magnetoterapia può essere consigliata per accelerare il processo di riabilitazione, in quanto è in grado di:

  • rilassare il muscolo;
  • migliorare la microcircolazione;
  • alleviare il dolore.

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MAGNETOTERAPIA: CONTRATTURA MUSCOLARE

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Contrattura Muscolare: cause e rimedi Magnetoterapia

Contrattura muscolare: sintomi, cause, rimedi e cure

Cos’è la contrattura muscolare

È una lesione muscolare provocata dalla contrazione involontaria ed improvvisa di uno o più muscoli.

Rappresenta un meccanismo di difesa del nostro corpo, messo in atto quando il tessuto muscolare viene sollecitato con un carico eccessivo, che va oltre il limite di sopportazione fisiologico.

Si manifesta con la comparsa di rigidità ed aumento del volume (ipertonia) delle fibre muscolari coinvolte ed è apprezzabile alla palpazione.

Anche se rappresenta un disturbo definito lieve e sopportabile, la contrattura muscolare rientra nel campo di interesse della traumatologia, branca della medicina che si occupa di lesioni muscolari.

Muscoli maggiormente interessati dalle contratture

Le contratture possono interessare diverse fasce muscolari del corpo:

  • muscoli gemelli e muscolo soleo, bicipite femorale (gambeginocchio);
  • muscolo sartorio e muscoli adduttori (coscia);
  • muscolo trapezio (spallacollo);
  • muscoli lombari e dorsali (schiena).

Contrattura muscolare: sintomi

In caso di contrattura muscolare si avverte un dolore modesto e diffuso lungo la zona interessata e risulta più frequente durante l’esercizio fisico.

In particolare, i sintomi di una contrattura sono:

  • dolori muscolari;
  • mancanza di elasticità muscolare con conseguente sensazione di rigidità;
  • aumento del tono muscolare;
  • tensione;
  • limitazione dei movimenti;
  • impossibilità di utilizzare il muscolo interessato;

Poiché la dolenzia è generalmente tollerabile, non provoca la sospensione dell’attività in corso di svolgimento, tuttavia, per allontanare il rischio di complicazioni, è preferibile interrompere temporaneamente l’esercizio fisico fino alla completa guarigione.

Cause della contrattura muscolare

Chiunque può incorrere in una contrattura muscolare, nonostante sia più frequente negli sportivi soggetti a scatti o ad un particolare impiego di forza.

Possono esserci cause:

connesse all’attività sportiva:

  • riscaldamento non adeguato;
  • sollecitazione e sforzo muscolare superiore al limite di sopportazione;
  • movimento involontario, brusco, improvviso;
  • allenamento non adeguato alla preparazione fisica;
  • debolezza della muscolatura;
  • mancanza di coordinazione/equilibrio nei movimenti.

non connesse all’attività sportiva:

  • svolgimento di lavori pesanti;
  • scarsa attività fisica;
  • postura scorretta;
  • squilibri muscolari;
  • sovrappeso;
  • gravidanza;
  • crescita molto rapida nella fase dello sviluppo;
  • infezioni a carico della muscolatura.

Altre possibili cause:

  • disidratazione e squilibri elettrolitici con particolare carenza di magnesio, potassio, calcio e sodio, sali minerali, indispensabili per mantenere il corretto bilanciamento tra contrazione e rilassamento muscolare;
  • disturbi circolatori e malattie metaboliche (arteriopatie periferiche, diabete ecc.), che ostacolano il rifornimento energetico fisiologico, impedendo soprattutto a glucosio e ossigeno di raggiungere il muscolo;
  • patologie muscolari e/o del sistema nervoso, che interferiscono con la normale contrazione (Parkinson, epilessia, sclerosi multipla ecc.);
  • problematiche articolari croniche (ad es. artrite, artrosi) o arti asimmetrici;
  • prolungata esposizione al freddo, causa della riduzione dell’afflusso di sangue al muscolo coinvolto e del rallentamento degli scambi elettrolitici;
  • riposo non adeguato dovuto ad un cuscino non idoneo a supportare correttamente i muscoli cervicali e del collo;
  • stress eccessivo e prolungato, causa di irrigidimento e contrattura soprattutto a carico dei muscoli della curva cervicale e lombare.

Contrattura muscolare: diagnosi

La contrattura muscolare è una sintomatologia dolorosa facilmente diagnosticabile dal medico di famiglia o dallo specialista (fisiatra o fisioterapista) sulla base di dati clinici:

  • racconto anamnestico del paziente, che riferirà la comparsa del dolore muscolare e le circostanze in cui l’evento si è verificato;
  • palpazione del muscolo contratto, che apparirà dolente ed irrigidito al tatto.

In presenza di un dolore muscolare persistente oltre i 10 giorni e non responsivo alle cure mediche, può essere utile l’esecuzione di un esame strumentale di controllo (ecografia o risonanza magnetica).

Possibili sovrapposizioni diagnostiche

Una contrattura muscolare può essere facilmente scambiata per:

  • uno STIRAMENTO, in quanto entrambe le sintomatologie dolorose sono caratterizzate da aumento del tono muscolare.

La differenza sostanziale va ricercata nella presenza di allungamento delle fibre muscolari (elongazione), riscontrabile solo in caso di stiramento.

  • un CRAMPO MUSCOLARE, dal quale la contrattura differisce per:
  • causa di insorgenza (per i crampi è legata a squilibri idro-salini);
  • tempi di guarigione (più lunghi per la contrattura);
  • tipo di dolore (più violento con un crampo);
  • impatto sull’attività in corso (con il crampo l’interruzione è inevitabile).

Contrattura muscolare ed uso di farmaci

Se il dolore risulta particolarmente intenso, è possibile ricorrere anche a un trattamento di tipo farmacologico e nello specifico a:

  • antinfiammatori non-steroidei (FANS), ad uso topico, cioè formulati in pomata, gel o crema, o per uso sistemico, come per esempio quelli a base di Diclofenac;
  • miorilassanti, somministrati per via orale, parenterale tramite iniezione o per via topica, utili a rilassare la muscolatura scheletrica e liscia;
  • cortisone suggerito per brevi periodi, solo in caso di dolore particolarmente severo.

Se la zona interessata è limitata e specifica (ad es. gambe, schiena, spalle o collo) è preferibile l’applicazione topica, in quanto è mirata nel punto dove è presente il dolore.

Se il dolore è molto intenso o l’area del corpo interessata da contrattura è più estesa, è preferibile l’assunzione per bocca, in quanto dà effetti più rapidi.

Come prevenire una contrattura muscolare

Per allontanare il rischio di contrattura muscolare è vivamente raccomandato di:

  • eseguire sempre una fase di riscaldamento e di allungamento muscolare, prima di qualsiasi attività sportiva, anche se leggera, ad esempio con esercizi di stretching;
  • affrontare uno sforzo prolungato o esercizi sportivi, solo se in possesso di un’adeguata preparazione fisica;
  • mantenere la giusta temperatura corporea, coprendosi adeguatamente o utilizzando pomate riscaldanti specifiche, soprattutto nei mesi invernali o in caso di sport all’aperto;
  • assumere una postura corretta e/o correggere eventuali squilibri muscolari, anche con l’aiuto di tutori e cuscini anatomici;
  • indossare scarpe e solette adatte ad accompagnare il movimento del corpo;
  • mantenere una corretta idratazione e un giusto equilibrio di sali minerali e vitamine.

Rimedi alla contrattura muscolare

Trattandosi di una sintomatologia dolorosa di lieve entità, il riposo rappresenta la terapia più efficace, solitamente sufficiente a garantire la completa guarigione nell’arco di 5-7 giorni.

Per accelerare i tempi di recupero, si consiglia di:

  • seguire un tipo di attività di riabilitazione, calibrata in base all’entità e alle cause dell’infortunio;
  • svolgere opportuni esercizi di stretching per allungare la muscolatura;
  • praticare un’adeguata attività aerobica, per favorire l’afflusso di sangue nella zona interessata;
  • applicare impacchi caldi, fanghi o fasce termiche autoriscaldanti, per sciogliere la tensione delle fibre muscolari (da evitare in caso di lesioni vascolari);
  • applicare il ghiaccio, soprattutto appena dopo l’infortunio;
  • praticare tecniche di rilassamento, per ridurre l’irrigidimento muscolare;
  • utilizzare rimedi fitoterapici in pomata (ad es. a base di artiglio del diavolo o arnica);
  • favorire una corretta idratazione, aumentando il consumo di alimenti o integratori, contenenti principi antiinfiammatori, quali omega 3 (sgombro, salmone, tonno, oli vegetali ecc.), antiossidanti (vitamine, minerali, polifenoli ecc.);
  • evitare l’assunzione di cibi/bevande contenenti pro-infiammatori (alcol etilico, acidi grassi saturi ecc.).

A questi rimedi possono essere abbinati altri trattamenti:

  • massaggio decontratturante praticato dal fisioterapista;
  • kinesio taping” (trazione di bende adesive ed elastiche poste in particolari posizioni a seconda del tipo di contrattura e, talvolta, contenenti bassi dosi di principi attivi);
  • tecarterapia (utilizzo di un condensatore capace di generare calore all’interno dell’area anatomica interessata);
  • strecht and spray” (allungamento del muscolo poi refrigerato attraverso l’applicazione di uno spray freddo per bloccare il dolore);
  • tens (stimolazione elettrica nervosa sottocutanea mediante l’uso di placche elettroconduttive);
  • laserterapia (impiego di un laser utile ad incrementare l’attività metabolica, la vasodilatazione e il drenaggio dei liquidi);
  • ultrasuoni (onde acustiche ad alta frequenza efficaci per stimolare il riassorbimento ematico).

Contrattura muscolare e benefici della magnetoterapia

È possibile gestire le contratture muscolari tramite la magnetoterapia, che utilizza gli effetti terapeutici indotti dai campi magnetici sull’organismo

Tale pratica non è invasiva e svolge un’azione antidolorifica e antiflogistica, utile a contrastare i dolori acuti o cronici ed accelerare i processi di guarigione.

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